Yoga e dolore pelvico cronico

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“Riabilitazione integrata: trattiamo il paziente non il suo dolore”.

Relazione tenuta al Convegno Scientifico “Disfunzioni e dolore pelvi-perineale”, Jesi 09.11.16

 

Mi sveglio quasi senza dolore, sono sorpresa, mi sembra un cambiamento così profondo che quasi non riesco a crederci, mi sento quasi sperduta, senza il dolore che accompagnava ogni mio risveglio. Mi riabituo ad abitare un posto che non conoscevo più da tempo: un corpo nuovo. Riguardo con tenerezza il mio corpo, non riesco a staccare gli occhi dal mio corpo. Il corpo chiuso, prima imprigionato negli oscuri recinti del dolore, si riapre al mondo, come un fiume che disgela, si scioglie, riprende a vivere senza la pesantezza opaca del dolore. Rinasce la speranza.” Luisa

 “ Ieri alla mia prima lezione di yoga in una palestra vicino a casa mia, nonostante tutto fosse praticamente perfetto…la mia testa era altrove.. .era nella nostra stanzetta all’ospedale piena di luce, coi rumori degli operai in sottofondo e la tua voce che mi spronava a non mollare…non lo capivo in quel momento perchè il dolore sovrastava tutto…adesso che si è un pò attutito riesco a focalizzare meglio quanti passi da gigante io abbia fatto in quella stanzetta…lì si è aperto per la prima volta il canale della gola e finalmente, dopo tanto tempo, ho assaporato la sensazione dell’aria che riusciva, anche se ancora a fatica, a scendere più giù…lì ho imparato che fare alcuni respiri profondi col diaframma può aiutarmi nei momenti peggiori…lì ho iniziato a pensare che questa “condizione” di dolore cronico non può essere affrontata da un solo punto di vista. Sono ancora in cura dal dott. X, continuo la terapia farmacologica con i miorilassanti perché anche se non dovesse andar bene, non vorrei mai recriminarmi il fatto di averla sospesa troppo presto e di aver quindi lasciato questa strada intentata, sto sospendendo gradatamente il laroxyl, perché in sette mesi di assunzione del farmaco sono ingrassata di 7 chili perciò anche il dott. X mi ha consigliato di toglierlo in attesa del prossimo controllo…sono agitata e ansiosa di capire come il mio fisico e la mia mente reagiranno alla sospensione di questo farmaco, però provo ad essere ottimista e a pensare che le sedute di yoga, che assolutamente continuerò a praticare, saranno un supporto indispensabile in questo procedere con le mie gambe” Roberta

 “Mi sono accorta che posso osservare il dolore senza lasciarmi coinvolgere, guardarlo con distacco, come se non fosse il mio, lui sta lì ed io qui. Io non sono il mio dolore. In questo modo si attenua, diventa sopportabile e non mi fa paura..” Gigliola

“La parte essenziale del beneficio risiede nell’affinamento (attraverso la combinazione di “ginnastica perineale”, educazione respiratoria e meditazione in ambito yogico) della mia capacità  di identificare l’origine del dolore e accoglierne e gestirne le manifestazioni, tanto da non esserne sopraffatto.  Ho acquisito in tal modo la fiducia necessaria a perseverare nella  ricerca di un equilibrio tra le azioni necessarie per ridurre il dolore pelvico e per ritornare alla quasi perfetta continenza.” Roberto

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La scrittura ha un efficace valore terapeutico e questi sono alcuni stralci di vissuti dei nostri pazienti. E’ appassionante decifrare i segnali del corpo soprattutto quelli del dolore. Curare il dolore richiede competenza clinica associata alla capacità di accogliere e comprendere le intense emozioni che il dolore porta con sé. E’ un compito emotivamente faticoso per il terapeuta in particolare quando il dolore che la persona porta in consultazione dura da anni ed è accompagnato da frustrazione, depressione, rabbia , aggressività, infelicità. Il bisogno di conforto emotivo dopo mesi e anni di sofferenza è forte quanto quello del sollievo fisico, per questo l’ascolto attento ed empatico dei sintomi fa parte integrante della terapia: è il primo analgesico che apre la strada alla fiducia di poter guarire.

In generale in medicina e quindi anche in Riabilitazione siamo poco abituati a trattare il dolore, viene ancora spesso considerato un sintomo di accompagnamento, raramente viene studiato e considerato come quadro a sé. Questa tendenza è ancora più marcata quando si tratta di dolore della sfera sessuale.

UNITÀ INTERATTIVA CORPO-MENTE

Il processo del dolore è una realtà complessa, è arricchito da caratteristiche sensitive, cognitive, ed emotive. Da un punto di vista riabilitativo risulta quindi riduttivo proporre un trattamento che prenda in considerazione soltanto il recettore periferico del dolore e tutt’al più l’aspetto funzionale, motorio e psicologico senza intervenire su una effettiva integrazione tra loro all’interno della unità interattiva mente-corpo, superando la visione dualistica di mente e corpo separati tra loro, per approdare proprio a una visone sistemica dell’uomo all’interno della quale la mente e corpo costituiscono una unità interattiva.  Cioè l’uomo non ha una mente isolata dal corpo, ma la mente progetta, elabora, immagina in un certo modo proprio perché c’è un corpo con determinate caratteristiche, cioè con una superficie recettoriale che ha la caratteristica di variare continuamente la propria conformazione per interagire con l’ambiente, al fine di modificare l’ambiente ed esserne a sua volta modificato. L’uomo quindi percepisce la realtà attraverso il proprio corpo e ha coscienza del proprio corpo attraverso le informazioni sensoriali che interagiscono coerentemente tra di loro per dare il senso del sé corporeo, inteso proprio come insieme d’informazioni derivanti dalla superficie recettoriale.

Queste argomentazioni si allineano al concetto di medicina biopsicosociale che suppone una matrice triangolare, in cui il corpo e la mente sono posti in una relazione reciproca e nei confronti di un terzo agente, l’ambiente.

Teniamo presente che il soggetto con dolore cronico presenta quasi sempre difficoltà nella rappresentazione del corpo, vive una disconnessione con il corpo. Rappresentazione del corpo intesa come capacità di costruire un’immagine del proprio corpo, dell’ambiente, delle azioni, sentire se stessi, essere consapevoli. L’attenzione al corpo e l’immagine del movimento della parte dolente sono spesso alterati nel dolore cronico. Molto spesso intere aree del corpo vengono percepite male o non percepite e questo sottolinea l’importanza di lavorare sulla percezione del sè corporeo, inteso come insieme di informazioni recettoriali.

Quale modello?

La riabilitazione non ha ancora elaborato un sistema adeguato per affrontare il dolore e (Fisioterapia e scienza riabilitativa non coincidono). La teoria neurocognitiva sta sperimentando e proponendo ipotesi e strategie interessanti.

Per certo sappiamo e sperimentiamo che nel percorso riabilitativo del soggetto con dolore, è necessario al fine di recuperare l’omeostasi del sistema

  • attivare i processi cognitivi e attentivi del soggetto;
  • mettere in moto approcci integrati sistemici che si rivolgano all’interazione corpo mente;
  • approcci interdisciplinari, nei quale il paziente venga preso in carico nella sua interezza, in un’ ottica di cura alla persona e non della malattia. (Brunnhuber S. & Michalsen A., 2012; Herrmann-L Sargent, P.A. et al., 2012; Santagostino, 2005; Scogliamiglio, 2008).
  • approcci multimodali in cui il paziente deve assumere un ruolo attivo. Nel dolore cronico un obiettivo raggiungibile non è quasi mai la guarigione e l’analgesia ma è la riduzione del dolore sotto il valore che rappresenta la soglia di interferenza con la vita quotidiana. È difficile pensare che tutto ciò si ottenga con un farmaco o con un intervento ma instaurando una cura continua e condivisa in un “piano di cura”. Il piano deve coinvolgere il soggetto nella cura e trasformarlo da un elemento passivo che subisce ogni prescrizione in una persona responsabile del piano di cura, attivo nel curarsi e nel riprendere la vita.

In questa ottica quindi, se consideriamo  la riabilitazione come un processo di apprendimento, l’aspetto educativo riveste un ruolo primario. La persona con dolore neuropatico ha la necessità che si adotti un approccio sistemico-pedagogico che la istruisca, lo educhi, lo formi come persona per il superamento del dualismo corpo mente. Bisognerebbe porsi nei suoi confronti con strumenti analoghi a quelli con cui la pedagogia si pone di fronte ad un soggetto che apprende e conosce. La riabilitazione infatti, così come la pedagogia, può essere definita una “disciplina del cambiamento” in quanto fonda il suo sapere e la sua operatività pratica sulla ricerca delle modalità più efficaci per individuare, programmare e determinare modificazioni significative e durature per il soggetto riabilitato.

La componente pedagogica deve ritenersi un elemento fondamentale senza il quale non è possibile in alcun modo raggiungere il cambiamento ricercato (Pantè F, Perfetti C. 2007)

Tutti i terapeuti hanno a che fare con persone e già solo in questo fatto entra in gioco la dimensione pedagogico educativa. Un ruolo questo al quale viene data scarsa importanza e relegato solo a suggerimenti e istruzioni da affiancare a tecniche. Questo modello riduzionista lo abbiamo in qualche modo trasmesso al malato che identifica la contrazione muscolare con l’azione e ritiene la malattia/dolore come elemento estraneo al corpo, un ostacolo che in quanto tale deve essere tolto. Il soggetto sa dirti tutto del suo peso, altezza, pressione arteriosa, tutti i parametri misurabili e quantificabili ma non ritiene importante sentire, percepire o provare, proprietà non quantificabili del proprio corpo (il senso di posizione, il senso del movimento, ciò che prova durante un contatto, come si fa a distinguere una superficie da un’altra…). per questo motivo il soggetto non fa nulla per conoscere il proprio corpo e di fatto non sa riconoscerlo.[1]

 

RIABILITAZIONE INTEGRATA

Il percorso terapeutico che proponiamo vede l’integrazione di due tipi di interventi:

Percorso Individuale:

Che ha lo scopo di lavorare sul dolore e sul sintomo e sulle disfunzioni causa o conseguenza del dolore e in modo personalizzato. Si avvale dell’esercizio terapeutico, tecniche manuali e strumentali (biofeedback, tens).

Nell’esercizio terapeutico prioritario è il lavoro 1)sulla postura, 2)sulla dinamica respiratoria utilizzando metodiche globali come la rieducazione posturale globale Campo Chiuso, 3)sulla funzione rieducando la capacità di svuotamento vescicale e intestinale.

A questo associamo tecniche manuali delle zone tese, miofasciali interne e esterne, il trattamento dei trigger point interni e esterni. Lo scopo di queste manovre è quello localizzate le bande muscolari sensibili, rigide o in tensione, eliminare i punti sensibili, di allungare questi muscoli contratti, rieducare i muscoli verso una gamma di mobilità e suscitare consapevolezza della tensione muscolare del paziente.

Percorso di gruppo

L’aspetto educativo e formativo che consente al soggetto di avviare un superamento della dualità mente corpo necessario per un pieno recupero, trova espressione nel lavoro di gruppo.

Il percorso non si focalizza sulle cause, ragioni e spiegazioni correlate al dolore, si focalizza sulle modalità con cui lo sperimentiamo. E’ un percorso che insegna alla persona ad usare l’attenzione, a smantellare gli automatismi messi in atto in passato sul dolore e a trasformare le esperienza spiacevoli che sta attraversando. La persona viene informata che nel lavoro di gruppo non andremo a dare delle spiegazioni mentali o verbali al dolore ma entreremo in contatto con il dolore reintegrandolo all’interno dell’unità corpo mente, un sorta di riappacificazione con il dolore per usare la terminologia yogica.

Il gruppo è un luogo in cui il soggetto impara a servirsi dei punti di forza che possiede e ad aiutarsi da sé a migliorare il proprio stato di salute e il proprio benessere. In questo processo di apprendimento il soggetto viene sollecitato a mobilitare le proprie capacità interne di crescita e guarigione (intesa come equilibrio del sistema).

Dove si appoggia questo intervento? Sostanzialmente nella Yoga, che ha ideato delle pratiche che sanno contattare l’unità corpo-mente. Per le culture orientali non esiste nel modo più assoluto una netta separazione mente-corpo, per cui non stupisce che molte delle discipline d’integrazione mente-corpo arrivino dall’oriente, a partire dallo Yoga, disciplina millenaria che può considerarsi l’antenato di tutte le discipline psicocorporee e  i metodi evolutivi e di crescita dell’individuo che si sono susseguiti nei secoli. Disciplina che si occupa di riequilibrare le funzioni estremamente complesse del nostro corpo e attraverso l’equilibrio fisiologico crea le condizioni per l’equilibrio psichico.

  • Un metodo di autoeducazione per eccellenza, com’è stato definito da molti, che promuove il cambiamento interiore.
  • Una disciplina che opera un processo di cambiamento durante l’azione attraverso proprio l’attivazione dei processi attentivi, cognitivi.
  • Lo Yoga utilizza l’attenzione per modificare i livelli delle sensazioni. Cerca di sviluppare la plasticità dell’identificazione con il proprio sentire e ci si può identificare più o meno profondamente con il dolore: tuffarcisi dentro o rimanerne fuori e questo è straordinariamente utile quando si è in grado di farlo.
  • Lo Yoga ha una visione che include la spiritualità come elemento della salute. Una spiritualità con un’accezione diversa da come la intendiamo abitualmente. La dimensione spirituale connessa al sentire, non è trascendenza ma radicamento nella realtà del presente. In occidente invece la spiritualità è espressione di una fede.

Il percorso di gruppo si sviluppa con un lavoro corporeo e training di rilassamento profondo che preparano alla partica meditativa.

Lavoro corporeo

Un lavoro corporeo che utilizza movimenti lenti e soprattutto posizione statiche, nello yoga si chiamano asana. La lentezza del movimento ha lo scopo di favorire la consapevolezza e la coscientizzazione del movimento e quindi favorire un maggiore rilassamento delle tensioni. Le tensioni per essere lasciare devono essere viste.

Nel caso del dolore pelvico vengono utilizzate  posture particolari che evidenziano la zona pelvica in uno stato di particolare distensione e allungamento al fine sia di migliorare la percezione della zona e inglobarla all’interno del corpo sia di favorire un rilassamento delle tensioni presenti in particolari zone muscolari. (glutei, adduttori, psoas).

  • In ogni posizione il soggetto viene educato a sperimentare lo spazio interno, a portare cioè l’attenzione su tutte le sensazioni presenti (ogni posizione naturalmente evidenzia sensazioni diverse). Durante l’immobilità viene chiesto un continuo lavoro coscienziale di osservazione e di ricerca interiore, di ciò che accade come sensazione, (tono muscolare, aggiustamenti, dolore, tensioni, stiramenti, variazioni di pressione percepite nelle strutture più profonde, sensazioni relative alla respirazione ed alla circolazione). Le sensazioni sono stimolazioni di vari organi sensoriali: (recettori cutanei stimolati dall’attività muscolare: terminazioni nervose sensibili al dolore e corpuscoli del Pacini sensibili alla pressione; recettori cinestesici: fusi neuromuscolari sensibili allo stiramento muscolare; organi tendinei del Golgi, sensibili alla variazione di tensione dei tendini dovuta alla contrazione del muscolo o all’aumento di tensione di entrambi, muscolo e tendine; viscerocettori e recettori cinestesici responsabili per le esperienze relative al respiro.

L’asana non è una posizione di stretching come spesso viene confuso perché il lavoro più importante che viene richiesto non è quello fisico ma coscienziale. Il mantenimento della posizione è attivo, continuamente sia nella dimensione fisica che mentale e coinvolge i circuiti superiori, l’attenzione a ciò che accade all’interno, rinforzando le connessioni tra la corteccia sensomotoria e i muscoli coinvolti. In questo modo i muscoli vengono percepiti con consapevolezza e gradualità e quando si saranno percepiti sarà possibile gestire il rilassamento Durante lo stretching generalmente non vengono coinvolte le vie superiori, l’attenzione è scarsamente focalizzata e questo va a discapito anche della lunghezza muscolare che diventa temporanea. Nell’asana invece c’è una modificazione a lungo termine perché il muscolo impara una nuova lunghezza, un nuovo assetto, questo è acquisito tramite una riduzione delle tensioni riconosciute all’interno del muscolo non a modificazioni tissutali strutturali.

  • In queste posizioni il movimento respiratorio è la chiave di volta ed ha un ruolo fondante. Il respiro nello yoga non viene quasi mai considerato come scambio di gas ma come energia capace di portare coscienza/attenzione nello spazio interno del corpo. La posizione viene mantenuta staticamente ma il respiro opera una continua azione dinamica, un massaggio dato proprio dal movimento diaframmatico volontario, profondo, esteso. La persona impara durante la posizione a stare con il respiro spontaneo a riconoscere i ritmi del respiro all’interno del corpo, l’utilizzo della respirazione diaframmatica profonda che accompagna e massaggia dell’interno il corpo riducendo tensioni, blocchi. A veicolare la consapevolezza attraverso il movimento respiratorio nelle varie parti del corpo permettendo al respiro di riconoscere le aree di tensione e blocco espandere zone particolarmente tese.
  • Durante la posizione nell’immobilità la persona viene guidata a riconoscere i pensieri giudicanti, disfunzionali nei confronti della posizione che sta assumendo, nei confronti del corpo, nei confronti del dolore e delle tensioni, a riconoscere proiezioni, desideri, ricordi, emozioni. Questo lavoro comportamentale viene fatto durante la posizione, viene educato il pensiero. Un lavoro di autoeducazione. Il soggetto impara a non interferire con i processi mentali (cioè a non dare un nome alla sensazione, un giudizio, una elaborazione) a non rifiutare sensazioni spiacevoli o cercare sensazioni piacevoli. Impara a portare l’attenzione al dolore, a quella parte del corpo, inglobandola all’interno del corpo, organizzando la corretta informatività e la rappresentazione corticale e in questo modo la sintomatologia dolorosa tende a ridursi e a scomparire, (più il soggetto tende a distogliere l’attenzione da quella sede, più il dolore si cronicizza e si modifica gradualmente la rappresentazione della superficie recettoriale). Il soggetto si accorge che le tensioni si riducono, lo sforzo si riduce, in questo modo si riduce o si annulla la percezione del dolore. Questo dà fiducia al soggetto e lo incoraggia a sperimentare che il dolore non è una sensazione fissa. Impara e sperimenta che può gestirlo a partire dal corpo, dal respiro, dal rilassamento. Sperimenta un dolore senza sofferenza, la sofferenza è una delle possibili risposte al dolore fisico. Essa ha a che fare con i nostri pensieri e sentimenti e con il modo in cui interpretiamo le nostre esperienze.

Rilassamento profondo e meditazione

Parallelamente vengono utilizzate tecniche di rilassamento profondo (Yoga Nidra) in cui il paziente viene condotto ad uno stato di sonno/veglia, allo scopo inizialmente di esplorare il corpo, riconoscerlo, starci dentro, poi di imparare a essere presente senza reazione, fisica, mentale, emotiva (cioè osservare soltanto)  che è poi l’essenza del processo meditativo.

Quando il paziente ha acquisito una buona capacità di ascolto di sé, vengono proposti

  • training di osservazione degli atteggiamento comuni rispetto al dolore, il modo di reagire al dolore che abbiamo messo in moto, la modalità fissa con cui affrontiamo il dolore e gli sforzi che si fanno per evitarlo. In cerchio, seduti si alterna meditazione e scrittura. Lavoro particolarmente efficace in cui la persona acquisisce consapevolizza di quali sono le reazioni fisiche, emotive e mentali e prova ad esprimerle attraverso la scrittura
  • Training di trasformazione del dolore andandoci dentro e dall’interno espanderlo, visualizzare forme, colori, guardarlo considerando altri punti di vista e riuscire a trasformarlo senza esserne prigionieri.

Il ruolo della Meditazione nel controllo del dolore

È antica la conoscenza che dall’esperienza della meditazione si impara a osservare e conoscere il contenuto della proprio mente momento per momento, a lasciar scorrere i pensieri senza esserne coinvolto e dominato, accorgendosi così dei meccanismi che governano la mente e che ci inducono ad agire in modo automatico e reattivo. In altre parole, la meditazione interrompe gli automatismi di risposta, il pensiero compulsivo e disfunzionale, permette all’individuo di imparare a schiacciare il tasto “pausa” per evitare di mettere in atto reazioni comportamentali inadeguate o rappresentazioni non autentiche del sé.

In Occidente l’interesse per la meditazione risale alla fine degli anni ’60 e con la fine degli anni ’90 è nata l’esigenza di approfondire dal punto di vista scientifico gli effetti sulle strutture cerebrali allo scopo di evidenziare i cambiamenti della microarchitettura del cervello in risposta a tale esperienza. Questo perché se la neuroplasticità è ciò che accade a livello cerebrale in risposta ad uno stimolo/esperienza, la meditazione è fondamentalmente non diversa da qualsiasi altra forma di abilità acquisita e può essere intesa come un “training” che porta a modificazioni neuroplastiche della funzione e della struttura cerebrale.

Si è quindi aperto un dialogo tra neuroscienze e spiritualità che ha permesso l’incontro tra l’antica sapienza e la moderna metodologia scientifica. Negli ultimi anni sono stati pubblicati numerosi studi effettuati su gruppi di persone prima e dopo un periodo prolungato di pratica (almeno otto settimane) e su persone praticanti, comparando i dati ottenuti con gruppi di persone non praticanti la meditazione.

Sono state utilizzate tecnologie di neuroimmagine funzionale: Risonanza magnetica funzionale, e PET cerebrale.

Queste ricerche sono di grande importanza perché rivelano quanto uno stato psichico come la meditazione profonda generi modifiche nell’attivazione e inibizione di determinate aree cerebrali variando anche i livelli dei neurotrasmettitori coinvolti. Ruolo di alcune aree cerebrali [3]:

  • attiva il lobo frontale responsabile di stati di concentrazione intensa, sede del ragionamento, pianificazione. Il lobo frontale contribuisce anche a inibire le influenze provenienti dall’esterno contribuendo a ridurre la percezione del dolore.
  • Riduce l’attività del lobo temporale e parietale a cui normalmente arrivano gli stimoli sensoriali provenienti dall’esterno del corpo, questo conferma lo stato di isolamento dal mondo durante gli stati di meditazione
  • Riduce l’attività dell’amigdala centro fondamentale per la regolazione delle emozioni principali (desiderio, rabbia, paura, panico da separazione) iperattive nel dolore cronico. Ciò significa che nello stato di meditazione profonda c’è maggiore capacità di distacco dalle emozioni fondamentali e dalle componenti istintuali che altrimenti tendono a dominare la nostra vita psichica. Gli stati d’animo modificano l’ascolto quindi anche la percezione del dolore fisico.

Corteccia prefrontale, amigdala e ippocampo le aree sono dove si registra la sensazione dolorosa, dove il dolore diventa il nostro dolore, la cui intensità è strettamente dipendente dalla valutazione emozionale che si realizza nel circuito prefrontale- amigdala, anche in base alla memoria di analoghe pregresse esperienze che è fornita dall’ippocampo. Sappiamo che il dolore è una sensazione soggettiva.

Una meditazione regolare contribuisce alla regolazione della produzione di cortisolo, il principale ormone dello stress; all’aumento notturno della melatonina, ormone fondamentale nella sincronizzazione dei ritmi biologici dell’organismo come il ritmo sonno-veglia; la riduzione della noradrenalina, neurotrasmettitore prodotto sia dalle ghiandole surrenali che dal cervello sotto stress; l’aumento della serotonina, neurotrasmettitore molto importante per l’umore poiché ha effetto antidepressivo.

Carosella e Bottaccioli in “Meditazione, psiche e cervello” concludono affermando che gli effetti della meditazione possono essere così riassunti:

  • Un rilassamento profondo che non ottunde l’attenzione, anzi la potenzia
  • Un maggior controllo dei circuiti neuroendocrini e segnatamente di quello dello stress
  • Una maggior coerenza cerebrale, una migliore comunicazione tra gli emisferi, una maggiore capacità di adattamento.[3]

Quando nasce questa esperienza?

L’esperienza nasce nel 2007 quando ho iniziato ad utilizzare alcune pratiche di yoga e meditazione (sono insegnante di yoga) in alcuni pazienti affetti da fibromialgia e patologie reumatiche, che seguivo da tempo con tecniche convenzionali ma con risultati insoddisfacenti. Le risposte sono state subito molto buone, Abbiamo fatto uno studio in due anni su 50 pazienti affette da fibromialgia, i risultatii che si sono riscontrati  si riferivano soprattutto un miglioramento della qualità di vita, dell’ansia, del sonno, una maggiore capacità di gestire situazioni di stress. Questo mi ha incoraggiato a continuare e a studiare in questo campo. In seguito ho cominciato ad applicare questo tipo di approccio anche con pazienti con dolore pelvico e piano piano ho iniziato a strutturare un percorso integrato che è continuamente in movimento frutto della mia esperienza come fisioterapista e come insegnante di Yoga e dell’elaborazione delle strategie oggetto dei miei studi.

Il percorso prevede 10 incontri di gruppo metà con frequenza bisettimanale e metà 1 frequenza a settimana, di 1h e mezza ciascuno, in cui vengono inseriti pazienti che presentano dolore pelvico associati o no a disfunzioni in eccesso che possono riguardare i tre assi (colon-proctologico, ginecoloci, ed urologico)   (stipsi, problemi sessuali, disuria)

Il soggetto aderisce ad un programma all’inizio del percorso di impegno giornaliero. Ogni giorno deve dedicare almeno 1 ora di tempo alla pratica. Viene fornito di tracce audio che gli consentono di continuare a casa.

Modelli di riferimento

  1. Protocollo Stanford

SviIuppato dal dottor David Wise, lui stesso guarito dopo 22 anni di CP / CPPS in collaborazione con professore di urologia, Rodney Anderson presso la Stanford University. Si articola in 4 punti: Rilassamento progressivo Jacobson, Rilassamento minuto per minuto, Rilascio miofasciale e lavoro sui trigger point  interni e esterni, Esercizi di stretching specifici.[4]

  1. Il protocollo Mindfulness Based Stress Reduction MBSR (metodo per la riduzione dello stress basato sulla consapevolezza)

L’esperienza del Prof. Jon Kabat Zinn, presso l’Università di Worcester (Boston) Massachusetts, è molto simile a ciò che stiamo sperimentando.[5]

Il protocollo mindfulness based stress reduction MBSR (Metodo per la riduzione dello Stress basato sulla consapevolezza) è ora un protocollo internazionale, ormai attivo da 30 anni negli Stati Uniti, sistematico e focalizzato sul paziente, solitamente etichettato come parte della medicina comportamentale o mind/body medicine è stato appunto sviluppato dal Prof. Jon Kabat Zinn medico statunitense fondatore della clinica dello stress alla fine degli anni ’70 presso l’Università di Worcester (Boston) Massachusetts. Alla fine degli anni 90, erano già più di 400 gli ospedali e centri medici negli Stati Uniti dove veniva applicato l’MBSR. Negli anni, per le sue potenzialità cliniche preventive e riabilitative, ha trovato spazio in programmi d’intervento nelle carceri e nelle scuole, e in varie organizzazioni al fine di affrontare molte delle problematiche sia fisiche che psicologiche legate allo stress. È stato negli anni oggetto di numerose ricerche che ne hanno dimostrato l’efficacia su diverse malattie, dal dolore cronico alle depressioni, dalle malattie della pelle a quelle oncologiche.

Questo programma giornaliero prevede sedute di meditazione, una forma di rilassamento che lui chiama esplorazione del corpo, pratiche di yoga, osservazione del respiro.

 

[1] C. Perfetti e al., Il dolore come problema riabilitativo, Piccin 2016

[2] A.Graziottin, Il dolore segreto, Mondadori, 2005

[3] A. Carosella, F.Bottaccioli, Meditazione psiche e cervello, Tecniche Nuove 2003

[4 ]D.Wise e R. Anderson, Un mal di testa nel bacino,  Occidental, Centro Nazionale per la Ricerca dolore pelvico, 2008

[5] Jon Kabat-Zinn, Vivere momento per momento, TEA 2012

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